Dimenticare lo spartito

Questo è ciò che mi ha insegnato un professore molti anni fa.

Era un uomo carismatico, colto e, ai miei occhi, con una sensibilità sopra la media.
La sua era una lettura “diversa” della realtà. Era una lettura tra le righe.

La parola, la singola parola, racchiudeva un mondo. Sembrava “fatta a mano” e scelta con cura per stare proprio lì in quel preciso punto.
Il suo scrivere era un lavoro artigianale. In fondo, non c’era molta differenza tra il suo lavoro di scrittura e il lavoro di un vasaio o di un pasticcere: la cura nella scelta degli ingredienti era la stessa ed anche la cura al dettaglio del “prodotto finito”.

Le parole erano per lui creature da scegliere con calma e da unire armonicamente così da udirne, poi, il “suono complessivo”.
Certo non siamo i primi a dirlo: alcuni testi esprimono musicalità. Li leggiamo lentamente per gustarci ogni attimo: poche righe al giorno, per rallentare il tempo, perché il termine arrivi il più tardi possibile.

Da lui ho compreso meglio un aspetto fondamentale della vita: che la vita è oltre la forma, oltre la grammatica, oltre lo spartito.
Lo spartito e le singole note sono la trama di ogni brano musicale ma la musica è altro.
La musica è vibrazione. Ciò che rimane di una meravigliosa sinfonia è emozione ed espansione.

Siamo artigiani delle parole.
Le cerchiamo, limiamo e uniamo alla ricerca d’armonia.
Soprattutto le cerchiamo per renderle “trasparenti”; solo allora siamo contenti: quando ciò che rimane sono esperienze da vivere.

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