Le bufale e il valore di ciò che scriviamo (i contenuti)

Leggendo, stamattina, della milionesima bufala diffusa su Facebook e condivisa, senza il minimo giudizio critico, da più di 100.000 persone, un pensiero si è “installato” quasi subito nella mente.

Ha senso produrre contenuti di qualità?

E renderli il centro e il valore aggiunto della propria proposta professionale?
Quando, contemporaneamente, contenuti, non solo di scarsa qualità, ma addirittura fasulli, non reali, sono condivisi e apprezzati da un numero sempre maggiore di persone?

La domanda è retorica, ovviamente. Per chi fa questo lavoro lavorare sulla qualità è necessario, come l’aria che respiriamo.

È necessario, per noi, per dare un senso al lavoro, ma è necessario anche per le aziende che si rivolgono a noi. Solo una comunicazione di qualità può valorizzare i prodotti e i servizi dell’azienda.

È meraviglioso, in senso tristemente ironico, vedere come tutte le risposte, date nei commenti su Facebook ad esempio, in cui si prova a spiegare che si tratta di una bufala, siano puntualmente ignorate.

Invece sui giudizi qualunquisti e violenti, fioccano like e applausi virtuali.

È la totale “autoreferenzialità” dell’ignoranza, nel senso etimologico del termine, che fa paura.

“Io non so di non sapere”, ma non solo… se mi viene fatto notare: “Guarda che ti sbagli, forse non hai approfondito abbastanza”, questo atteggiamento o viene ignorato, appunto, o produce irritazione in un “crescendo” continuo di violenza verbale.

Le persone, è un fenomeno studiato, tendono a prendere in considerazione tutto ciò che conferma le loro idee e ad ignorare o a confutare tutto ciò che potenzialmente le contraddice. Tendono ad attaccarsi ai propri pregiudizi e dai pregiudizi traggono conforto.
In un commento letto di recente, si diceva che: “anche etichettare le persone con le categorie ormai note di razzista, buonista, provax, novax, vegan…) ci rende più facile comprendere chi ci circonda”. Apparentemente.

Questa situazione, reale ed innegabile, ricorda molto da vicino il “mito della caverna” di Platone, raccontato all’inizio del libro settimo de La Repubblica (514 b – 520 a).

I prigionieri sono stati incatenati, fin dalla nascita, nelle profondità della caverna. E possono solo fissare il muro davanti a loro.

“Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dalla nascita, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo sono bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati possano solo fissare il muro dinanzi a loro […]  Lungo questa strada sia stato eretto un muretto, lungo il quale alcuni uomini portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attirerebbe l’attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un’eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro.
Mentre un personaggio esterno avrebbe un’idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (incatenati fin dall’infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre parlanti come oggetti, animali, piante e persone reali.
Si supponga che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l’uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del sole ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fossero mostrati quegli oggetti e gli fosse indicata la fonte di luce, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre.”

Le persone anche sui social, vedono la realtà solo sotto la forma delle ombre proiettate su questo muro.

Il problema, ed è agghiacciante per noi che ci lavoriamo, è che il web e i social stanno diventando proprio come queste ombre. Cioè delle rappresentazioni fasulle della realtà.
Ma l’utente non è come i prigionieri di Platone, in teoria.
Quello che ci impedisce di vedere la realtà sono le catene che ci stiamo autocostruendo.

E, per di più, se riuscissimo a liberarci, con grande sforzo, vedremmo delle figure che ci sembrerebbero, paradossalmente, meno reali delle ombre che abbiamo visto fino ad ora.

Vedere tutti giorni gli effetti di questo processo, è piuttosto inquietante.

Allo stesso tempo induce a pensare che un contenuto originale, provato, frutto di studio e di riflessione è uno dei pochi strumenti  in grado di rendere le ombre sempre più evanescenti.

In fin dei conti si tratta ancora di “New Media”, anche se con l’andare degli anni il termine è sempre meno calzante.
C’è ancora tempo, tutto sommato, per trovare nuovi equilibri e dare nuovi significati a ciò che vediamo e leggiamo ogni giorno sul web e sui social network.

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