La forza delle conversazioni, la bellezza della comunicazione

I social media e la rete rimodellano il nostro mondo e il modo in cui le persone scoprono, imparano e condividono esperienze e conoscenze.

Siamo entrati in un’epoca di conversazioni e di storie.
Di racconti ed esperienze di vita, di dialogo diretto anche con i brand.
Le persone iniziano a fare domande sulle esperienze d’acquisto e di utilizzo, non mediate dall’azienda.

Le conversazioni

Tesi n. 11 Cluetrain Manifesto.

Le persone nei mercati in rete sono riuscite a capire che possono ottenere informazioni e sostegno più tra di loro, che da chi vende. Lo stesso vale per la retorica aziendale circa il valore aggiunto ai loro prodotti di base.

Il Cluetrain Manifesto, scritto nel 1999, aveva previsto la nascita delle “conversazioni”.

Il Cluetrain Manifesto è un insieme di 95 tesi, organizzato e presentato come un manifesto, o invito all’azione, per tutte le imprese che operano all’interno di ciò che si propone di essere un nuovo mercato interconnesso. Le idee sono presentate con l’obiettivo esplicito di esaminare l’impatto di Internet sia sui mercati (i consumatori) sia sulle organizzazioni.
Suggerisce i cambiamenti che saranno richiesti da parte delle organizzazioni per rispondere all’ambiente del nuovo mercato. (da https://it.wikipedia.org/wiki/Cluetrain_manifesto)

All’interno delle conversazioni, le persone arricchiscono la loro conoscenza e si “influenzano” tra loro.  Le persone che “influenzano” sono tante, più di quanto si pensi quando viene utilizzato, in modo generico, il termine “influencer”.
Ognuno di noi diventa influencer, con la sua presenza online e con le conversazioni che genera.
L’influencer altro non è che un “creatore di contenuti”.

Le storie

Le storie vendono?
Decisamente sì.
Anche se non si collocano nel preciso momento delle intenzioni o dell’atto dell’acquisto.
Creano, piuttosto, una sorta di humus, degli stimoli.

Si para di First Moment of Truth, Second moment of Truth…
Le storie vengono ancora prima: è lo Zero Moment of Truth (ZMOT).
Un momento che si fonda e si costruisce sulle conversazioni.

Lo Storytelling è la scintilla che genera le conversazioni. Non è pubblicità e non è raccontare storie. È comunicare attraverso le storie.
Comunicare coi valori, seguendo uno schema narrativo.

Il Content Continuum

Viviamo all’interno di un “Content Continuum“, una enorme quantità di dati e di contenuti. E di piattaforme.

Video, Blog, Social… Non sottovalutiamo quelle più vecchie, come la Mail.

Quale tipo di linguaggio e di registro utilizzare nelle conversazioni? Linguaggio militare, sportivo, religioso…
Generare conversazioni  o inserirsi in conversazioni già attive con valori e posizionamento chiari e definiti.
Lo possiamo fare con lo Storytelling e con l’Influencer marketing.

Un esempio

Senza spiegare il perché, di ogni cosa. Spiegare troppo a volte rischia di togliere la forza evocativa.

Quello che troverete qui sotto, è un post che ci è stato presentato durante un interessantissimo corso sullo Storytelling.

Ognuno, leggendolo, può percepirne il valore e fare le proprie valutazioni, sul “valore”, appunto, che possiamo dare al “comunicare”.

Tu sei rara, un racconto di Cristiano Carriero per #MyIntervallo.

“È un’ora che aspetto questo momento. Che poi non è proprio un momento, sono almeno 5 minuti, e cinque minuti sono tanti. Se poi fossero dieci magari le direi ciò che voglio dirle da tempo. Che mi sono perso nei suoi occhi, che mi sono innamorato di lei, ma è così difficile. Chissà come ci ho pensato, di portarla al cinema stasera. Potevo portarla a cena, o che ne so, a fare una passeggiata sul lungomare. Non è nemmeno così freddo, e poi camminando i pensieri si levigano, è una questione di attrito, una regola fisica. Avrei preso tempo, una sorta di rincorsa, prima di dirle quello che penso. Invece no, ho scelto di venire al cinema, e non so nemmeno che film sto guardando. Ma poi penso che lei è bella quando si mette gli occhiali e si concentra. E allora mi rilasso, mi lascio andare sulla poltrona non troppo comoda di questo cinema d’essai. Quelli senza troppa pubblicità prima, quelli in cui ti siedi ed inizia il film. Quelli senza pop-corn e bibite maxi, quelli dove noi ci sentiamo più a nostro agio. Il cinema le dona, perché Laura non ha bisogno di truccarsi troppo per essere meravigliosa. È come una vecchia canzone di Baglioni, quelle in cui “ti scopri più bella coi capelli in su”. È un gioco di immagini riflesse. La sua, nei miei occhi, quella dei protagonisti del film, sulle lenti dei suoi occhiali. Occhiali grandi come quelli che portava mia madre, nelle foto degli anni ’70. Occhiali che la rendevano bellissima, come Monica Vitti, diceva lei. La mia faccia, stanca, che si riflette nella sua. Mentre cerco un suo sguardo, un cenno, un suo attimo di distrazione. Il protagonista accarezza il volto di lei, nel film. Lei si gira verso di me, mi sorride, poi torna nella fiction, nell’immaginario, nella sospensione dell’incredulità. Ma quel sorriso vuol dire tante cose. Devo prendere nota di questo suo sguardo. Devo scrivere “C’è un tipo di sguardo ben preciso che significa avvicinati di più, se vuoi”. Descrizione: intenso, luminoso, arrendevole. Somiglia a: bandiera bianca che sventola dalla trincea, ponte levatoio del castello che si abbassa, antilope che porge la giugulare al leone. E poi dovrei scrivere dei pensieri che disertano mentre le labbra si posano sulla mia guancia, del suo respiro nel buio di questa sala, e di quel momento atteso, e al tempo stesso proditorio in cui la rappresentazione scenica dello schermo si interrompe e sullo schermo compare la scritta “Intervallo, cinque minuti”. Ora le luci sono accese, e noi ci scopriamo nudi, anche se siamo vestiti. Intervallo. Cinque minuti. Un tempo piccolo, eppure immenso. Mi ricorda il momento del lento, quando andavo a ballare in discoteca durante gli anni della scuola. A fine serata il dj metteva due lenti, uno era “Luna di città d’agosto”, il secondo la hit del momento. Lo sapevamo tutti che le canzoni erano due, che il tempo di quei lenti era determinato, contato. Erano cinque minuti, ma nessuno voleva sbagliare. E così la prima canzone diventava un’occasione per guardarsi intorno, respirare forte, prendere coraggio. Non troppo forte però, perché altrimenti il tempo finiva e ci ritrovava a metà della seconda canzone senza coraggio, a canticchiare in un angolo. Con lei che ballava con un altro. Il mio tempo è qui, in questo intervallo di cinque minuti, devo solo decidere se perderli nei suoi occhi, sfiorarle la mano, o dire una banalità qualunque. Perché ogni frase sarebbe una banalità, al cospetto della sua bellezza così semplice. Poi all’improvviso l’epifania. Lei che prende una bustina di mandorle, le apre, me le porge. Non mi chiede se ne voglio, non mi dice “Ti va?”. Indica il palmo della mia mano. Glielo porgo, lei tira fuori dal pacchetto tre mandorle, me le porge e mi chiude la mano. Resto qualche secondo con la sua mano sulla mia, la osservo, aspetto. Poi decido di sfruttare il tempo di quell’intervallo:

“Era da tanto che non mi rendevo conto di una cosa”

“Di cosa” mi dice mentre sgranocchia, cercando di non fare troppo rumore.

“Che il momento più bello del film, al cinema, è l’intervallo”

“Non ti sta piacendo?” sorride.

“No, anzi. Solo che avrei mille cose da dirti, ma non saprei metterle in ordine. Per questo sono felice di avere solo cinque minuti per farlo”.

“Credo due, ormai”

“Allora devo muovermi”

“No, puoi prenderti il tempo che vuoi. Così magari eviti di dire una cosa banale. Una di quelle frettolose che direbbero gli altri. Tu sei diverso”.

“Tu sei rara”

“È la cosa più bella che mi hanno mai detto. Rara”.

Appagato, sento che non c’è più bisogno di dire nulla. Indeciso sul baciarla o meno, scelgo di prenderle la mano e accarezzarla. Mi rimette una mandorla sul palmo della mano destra. Me la chiude.

“Così ti ricordi di questo intervallo”

Il film ricomincia. La luce si spegne. Lei si rimette gli occhiali e prova a morsicare la sua mandorla senza fare rumore. Io mi lascio andare, mi sospendo tra la trama del film e quella delle sue mani così femminili. Del suo giocare con i riccioli dei capelli. Del suo essere così rara. Forse così mia.”

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