I social network e l’empatia

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I social network e l’empatia

Sull’Huffington Post e sul supplemento de La Repubblica, D, è comparso un articolo sull’empatia, e sul ruolo che la tecnologia svolge, nel “mediare” il nostro rapporto con gli altri.

Tutto inizia con una intervista a Bill Drayton.
Bill Drayton è il fondatore di Ashoka, organizzazione non profit che da tempo promuove l’imprenditoria sociale, termine da lui coniato e diffuso nel mondo.
La visita è iniziata chiacchierando del bimbo appena nato a uno dei giornalisti, autori dell’intervista, a cui è stata regalata, dallo stesso Bill, una tutina con la scritta “maestro di empatia”. L’empatia è una cosa che si pratica in due e il modo migliore per coltivarla è dare l’esempio. L’amore fa sviluppare il cervello. Dobbiamo crescere bambini mostrando immagini d’amore.

I filosofi lo sanno da secoli.”Nessuno può vivere felicemente curandosi soltanto di se stesso“, scriveva Seneca e saper dare è considerato in modo unanime un passaggio chiave per la realizzazione spirituale, in quasi tutte le tradizioni e pratiche religiose.

“Solo una vita vissuta per gli altri è una vita che vale la pena di vivere”, diceva anche Einstein.

Dal punto di vista scientifico, pare che siamo così predisposti in questo senso, che quando diamo agli altri i nostri geni ci premiano, così come ci puniscono quando non lo facciamo.

Sul blog del New York Times, dedicato a salute benessere era riportato lo studio degli scienziati della UCLA: tra i partecipanti all’esperimento, quelli la cui felicità era prevalentemente edonistica o legata al consumo, presentavano alti livelli di marker biologici responsabili delle infiammazioni, caratteristica generalmente associata a malattie come diabete e cancro.
Tra quelli la cui felicità derivava dal mettersi a disposizione degli altri,invece, gli stessi marker erano a livelli inferiori.

Un ostacolo all’empatia può venire dall’eccesso di tecnologia? I dispositivi che ci portiamo appresso rendono possibile vivere 24 ore su 24 in una bolla disconnessa dal mondo esterno, perfino mentre camminiamo. Danno l’impressione di tenerci in contatto, Ma in realtà ci scollegano dalle altre persone, senza le quali attivare il nostro innato bisogno di dare è difficile.

Sono atteggiamenti comprensibili, ma che spesso sconfinano nel “luddismo”, a mio parere.
È davvero la tecnologia in sé a ostacolare i rapporti interpersonali, o piuttosto, è il modo in cui la stiamo utilizzando?
E soprattutto, si può insegnare ed apprendere, di conseguenza, l’utilizzo della tecnologia in modalità “sociale” e non “solipsistica”?

Sono convinto anche io, pur lavorandoci quotidianamente, che gli strumenti che nascono con il diretto obiettivo di essere sociali, i social network, appunto, hanno in parte fallito il loro obiettivo, almeno per il momento.

Su Facebook si parla poco, si discute poco, si litiga molto, si aggredisce molto, si insulta molto e si critica, non in modo costruttivo, ma in modo spesso denigratorio.

Credo che un discorso differente vada fatto per i social utilizzati con finalità di marketing.
In questo caso, anche se siamo appena agli inizi, l’obiettivo potrebbe essere centrato.
Una fan page aziendale può permettere di offrire informazioni ulteriori al consumatore e può consentire di aprire un dialogo franco ed onesto, tra azienda e cliente, non scevro da critiche, purché risultino costruttive e non realizzate ad arte per sfogare la propria frustrazione dietro il paravento della distanza e dello pseudo-anonimato offerto dalla rete.

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